LA MEDUSA

Largo del Senegal, 1816. La fregata francese Méduse, che porta a bordo il battaglione Africa e il governatore incaricato di recuperare la colonia di Saint Louis da poco strappata agli Inglesi, si incaglia sul banco di Arguin. Nelle ultime, disperate ore di agonia, mentre i passeggeri più illustri hanno lasciato la nave sulle poche scialuppe di salvataggio, coloro che sono stati abbandonati sulla fregata destinata ad affondare negli abissi decidono di costruire un’enorme zattera che li condurrà in salvo.

Ma quello che avverrà sulla zattera segnerà per sempre la vita degli unici superstiti, soltanto dieci dei 150 passeggeri imbarcati.

L’orrore consumato risuonerà per tutte le strade e i caffè di Parigi appena due anni più tardi, quando un giovane e promettente pittore, Théodore Géricault deciderà di dipingere il naufragio per farne l’opera che dovrà vincere il Salone annuale.

Nelle strade di Parigi, il destino di Géricault si incrocerà con quello di Liz e del piccolo Titù, un bambino dai capelli rossi come quelli delle streghe, a cui la “carezza del diavolo”, come la definisce la bella Liz, ha strappato per sempre la voce. Non usa le parole, Titù, ma segni e colori che dipingono un mondo in cui nessuno riesce a entrare e che riporta alla memoria il viaggio della zattera e dei suoi superstiti. Perché un nodo, saldo come il destino e dai colori repubblicani di una fusciacca, lega Liz a quegli orrori e a un amore che non ha mai dimenticato.

Tra case buie che si riempiono di oro e cristallo per illuminare la notte, come il boudoir di Madame, nella polvere delle Salpêtrière, l’ospedale psichiatrico del dottor Pinel, tra gli acrobati e le magie del circo, riti voodoo e le crudele leggi della tratta degli schiavi, Liz dovrà recuperare quel passato e guardare negli occhi la sua Medusa.

 

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Ci sono fatti, tanto lontani da sfumare nella leggenda, che pure, a guardarli bene, sembrano non avere età.

Pare quasi di riconoscersi nei loro protagonisti, nei moti dell’animo con il loro eterno fluire e ritornare nelle onde di risacca di un mare che inghiotte le categorie umane e i loro limiti: lo spazio, il trascorrere dei giorni e il loro raggrupparsi in anni, in secoli e infine in ricordi.

Uno di questi fatti è il modo tragico e insensato nel quale morirono i naufraghi della fregata Méduse. Era il 1816. Soltanto due anni più tardi il mondo avrebbe conosciuto le loro storie. Tutti i giornali dell’epoca fecero il loro triste rondò, raccontando i particolari più scabrosi, i pettegolezzi morbosi dei quali si nutrono l’ipocrisia e l’arroganza. Ma nessuno, fra tutti coloro che ne parlarono o scrissero, nessuno di quanti giuravano di aver conosciuto e ascoltato i superstiti, di coloro che si difesero o furono condannati, nessuno, seppe mai raccontare la verità.

Fu un promettente e giovane pittore francese a cimentarsi nell’impresa. Si chiamava Jean-Louis André Théodore Géricault. Il suo nome è legato per sempre a quello che fu il suo capolavoro e la sua rovina: Le Radeau de la Méduse (La zattera della Medusa).

Si dice che Géricault, genio tormentato e senza padroni, usasse un’enorme tavolozza sulla quale disponeva i colori sempre nella stessa, precisa sequenza: vermiglio, bianco, ocra gialla, giallo di Napoli, terra d’Italia, ocra di Brie, terra di Siena, blu di Russia, nero di vigna, nero d’avorio, terra di Cassel, bitume.

La sua pennellata era rapida, un battito dopo l’altro, senza mai ritornare. Lavorava immerso nel silenzio, con il capo rasato, coperto da un fazzoletto al modo dei pittori di affreschi. Scappava dal mondo per tentare di raccontarlo. Lui, passionale, mondano, una volta frivolo, aveva rinunciato agli amori del suo passato in una quiete fragile che nascondeva tutti i moti, le contraddizioni e le battaglie, tutte le sfumature dell’anima.

 

 

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